Il Luogo del Sogno, 1993 – 1999

Il ciclo “Il Luogo del Sogno” è un’attenta ricognizione dei cinema all’aperto dove con immagini notturne vengono visitati i magici luoghi del cinema all’aperto in Toscana.
Così come mostrano le immagini, tratte dal progetto “Cinema sotto le stelle, cinema all’aperto in Toscana”, il fotografo non è solo interessato a costruire analogie e concetti ma è essenzialmente attratto dal luogo fisico, dalla zona in cui lo spettacolo è proposto e vissuto. Nei luoghi identificati da Abati è presente la “naturalità” della loro scenografia e il loro sfondamento verso l’alto: notte stellata, epica nuvolaglia, architetture storiche, tramonti sublimi ed effetti di reciprocità. L’esperienza dell’immagine fotografica diventa così più fisica.

Andrea Abati, Il Luogo Del Sogno, Immagini di cinema all’aperto in Toscana, 1993 – 1999

I rapporti tra cinema e fotografia sono in generale ancora fondati sul modello icona fissa/immagine-movimento, quella durata che la fotografia insegue come puro Telos e che non potrà mai possedere in forma di prodotto finito.
Da Bazin a Metz, da Bettettini a Deleuze il limite tracciato è sottile ma invalicabile e i fotografi potranno solo aggirarlo o rimuoverlo: così troviamo un corpo dolente (Maselli)  l’icona acidata e notturna (Salbitani) la decorosa e ironica poesia del luogo (Ghirri, Barbieri), la precarietà fisiognomica del divo (Luxardo, Chiara Samugheo nei felici ’60, i paparazzi, Luigi Ricci), l’esistenza ricostruita come scena o fotoromanzo (Mitra Tabrizian, Cindy Sherman), una giocattolizzazione del mezzo ironica e regressiva (Alain Fleischer). Se queste sono state alcune soluzioni, l’interesse per il cinema di Andrea Abati non sembra di tipo linguistico e il fotografo non è interessato a costruire analogie e concetti ma è essenzialmente attratto dal luogo fisico, dalla zona in cui lo spettacolo è proposto e vissuto. Lo spazio tradizionale di una sala è bloccato, coatto pur se spesso ingentilito da fregi, velluti, mascherine che convogliano silenzio fasci idi luce, è uno spazio forzosamente immobiliare, chiuso in alto da un soffitto e consolidato sul fondo da materiali resistenti.
Quello che più mi ha colpito invece nei luoghi identificati da Andrea non è tanto la frequente precarietà del recinto, quanto la assoluta «naturalità” della loro scenografia e il loro sfondamento verso l’alto: notte stellata, epica nuvolaglia, architetture storiche, tramonti sublimi ed effetti di reciprocità. Lo schermo su cui punta la macchina è una rampa, una stazione verso il cielo, il sogno, l’inconscio e per questo è bianca assoluto, al di là del fatto tecnico. L’esperienza dell’immagine cinematografica diventa più fisica, i piedi calpestano l’erba, la natura dissemina i suoi segni, gli spettatori possono anche sostare in piedi e confondersi allegramente tra di loro, parlando di Moretti o dei fratelli Vanzina.
Lo spazio, ormai un po’ losco o complice di spregevoli desideri delle sale urbane tradizionali, l’interesse per si è aperto e l’area dello spettacolo è razzo ma anche chiatta, battello ebbro.
In una delle immagini più poetiche e piene, realizzata all’Elba, lo spazio della sala sembra delimitato solo da tre lati, il limite è quasi virtuale e, come una freccia, anticipa e punta un orizzonte urbano luminosissimo; la strana stanza sembra volersi staccare da una banchina e navigare in mare aperto colmo carico di corpi e sguardi in attesa.
Direbbe il filosofo: il desiderio dentro di me e il cielo stellato sopra di me.

Carlo Garzia, testo scritto per la pubblicazione Andrea Abati, Il Luogo Del Sogno, Immagini di cinema all’aperto in Toscana, 1995